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La rotta di Caporetto

La rotta di Caporetto e l’arrivo al Piave

 

 

 

24 ottobre 1917. Dodicesima battaglia dell’Isonzo, non più offensiva, come tutte le precedenti, ma altrettanto famosa: passerà alla storia come la Battaglia di Caporetto.

L’errata disposizione delle truppe su tutto il fronte, la mancanza di comunicazione tra i vari reparti, senza intesa tra loro, la mancanza di ordini, il non intervento delle nostre artiglierie, le iniziative personali di comandanti che ordinarono la ritirata dei propri reparti, lasciando sguarniti interi tratti di prima linea, e non solo, determinarono la catastrofe.

 

caporetto1

Paradossalmente vi erano ancora, dopo molte ore dalla rotta, reparti schierati a difesa del fronte, inconsapevoli del fatto che il nemico si trovava già a decine di chilometri di profondità dietro le nostre linee.

Ma dov’era il fronte? Nessuno lo sapeva più.

Preso atto dello sfondamento, si cerca di salvare il salvabile e portare l’esercito oltre il Piave.

Il tempo è pessimo, continua a piovere, e le strade si trasformano in un gigantesco pantano che rende ancora più difficoltoso il movimento di uomini, animali, carri, cannoni, auto e camion, mescolati alla popolazione civile, povere donne con bambini in braccio, anziani, contadini con i loro carri carichi di masserizie.

Tra chi scappa e tra chi insegue, in poco più di due settimane, si sposta dal Friuli verso il Piave una massa di 2,5/3 milioni di persone.

La sera del 9 novembre 1917, dopo che l’estrema compagnia di retroguardia della Brigata Sassari, 600 uomini in tutto, attraversa il Piave vengono accese le micce che fanno saltare i ponti della Priula.

 

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Da quel momento al di là dell’acqua tutto è austriaco.

Caporetto, nel bene e nel male, costituisce però una svolta. Non c’è solo da ricostruire il morale delle truppe, ma anche il potenziale bellico.

Perdiamo metà dei nostri combattenti, tra morti, prigionieri e disertori.

Con la dodicesima battaglia dell’Isonzo perdiamo anche 3.152 bocche da fuoco, 1.732 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 2.000 pistole mitragliatrici, 300.000 fucili e 22 campi d’aviazione.

Oltre a tutto quel ben di Dio che era custodito nei depositi, indispensabile, e che finisce nelle mani del nemico: 5 milioni di scatolette di carne, 700 mila di salmone, 27 mila quintali di gallette, 13 mila quintali di pasta, 7.200 quintali di riso, 2.530 quintali di caffè, 4.900 ettolitri di vino, 672 mila camicie, 673 mila mutande, 430 mila paia di pantaloni, 823 mila di calze, 321 mila di scarpe. Al regio esercito viene a mancare tutto: uomini, armi, munizioni, viveri e vestiti.

Caporetto ebbe notevoli ripercussioni a livello organizzativo.

Il Generale Cadorna viene destituito dal Comando Supremo alla vigilia dei primi avvenimenti bellici nel settore del Montello, l’8 novembre 1917, su richiesta degli Alleati, con il favorevole consenso del Governo Italiano, e gli succede il Generale Armando Diaz.

Non erano piaciute la sua scarsa diplomazia, la tattica militare e la condotta nei confronti delle truppe.

Caporetto cambia faccia al nostro esercito anche dal punto di vista tattico. Non più solo truppe ammassate nelle posizioni avanzate, ma scaglionate in profondità. La difesa deve essere fondata da un lato sulla resistenza dei capisaldi e dall’altro sul contrattacco ad opera di piccoli reparti molto determinati, con riserve tenute ai margini dell’intero dispositivo. Si adottava il principio della difesa in profondità.

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