In: L'angolo del Collezionista0

di David Spiller Wassagruba – Associazione Battaglia del Solstizio

 

Dopo il “Paperino” Berndorfer un altro elmo austroungarico entra a pieno titolo nella “Wunderkammer” del collezionismo: il Warchalowski-Eissler Wien “66”.

Il collezionismo in tempi di “lock-down” trova nuove intensità negli scambi conoscitivi interpersonali, momenti di approfondimento, di contatto e confronto tra appassionati, ricercatori, collezionisti, studiosi, anche se si sente molto la mancanza dei mercatini e dei tradizionali momenti di osservazione e valutazione “materiale” degli oggetti del desiderio; tra questi in primo piano troviamo gli elmi della Grande Guerra.
Tutto fermo quindi …? no assolutamente, in tempi di ristrettezze e difficoltà la sorpresa è sempre dietro l’angolo, la cessione inattesa, la scoperta che nessuno si aspetta talvolta esce dalla collezione meno probabile e, sotto spoglie più o meno note, può capitare nelle mani di un occhio più esperto che le identifica per ciò che effettivamente esse rappresentano.
Facciamo un passo indietro: abbiamo già citato ed analizzato nell’articolo sul “Berndorfer M17” le principali fabbriche (Stahlwerke) di elmi Austroungarici nella Grande Guerra. Abbiamo approfondito come nel mondo collezionistico il quotatissimo “Berndorfer M17” non rappresenti un elmo nella realtà così raro da reperire, come invece può accadere per un Carl August Scholtz (CAS66) o un Manfred Weiss (MW), commissionati e distribuiti dal Ministero della Guerra della Duplice Monarchia in numero decisamente inferiore rispetto alle produzioni della Krupp di Berndorf. Infatti, prodotti in Stahlwerke a pieno titolo orgoglio dell’industria metallurgica magiara, i CAS66 e gli MW furono destinati esclusivamente all’equipaggiamento dei reparti Honved. Rientrarono quindi in largo numero nella stessa Ungheria ben saldi sugli zaini di quei reparti che, a ranghi chiusi, girarono le spalle al fronte sul Piave e sul Grappa, e marciarono verso la patria magiara in oltre 300.000 effettivi nei giorni immediatamente precedenti la conclusione del conflitto.
Gli elmi prodotti da Carl August Scholtz e Manfred Weiss, una volta in patria e ritirati dall’Amministrazione Militare, furono poi largamente oggetto di “revisione”, riverniciati e rimontati con fodere nuove. Gli accessori interni, che in quell’occasione furono adottati, cerchi, patte, cuscinetti risultavano sensibilmente differenti da quelli che transitavano per il Monturdepot in tempo di guerra, e rimasero peraltro privi di quei timbri di “accoglimento e collaudo” dell’Organo di Controllo Ministeriale, ben noti, ricercati ed apprezzati dai collezionisti più attenti. Stessa sorte subirono i soggoli in canapa, in larga parte usurati durante il conflitto, che furono sostituiti per lo più da modelli in cuoio.
Detto ciò, lasciamo l’Ungheria per la Capitale viennese dove entriamo ora nella IndustrieWerke che meno contribuì alla produzione complessiva di elmi austroungarici, per lo più in occasione di singole e limitate commesse, tanto era impegnata nella produzione di motori “Hiero”, apprezzati propulsori per gli aerei da caccia Austriaci e Tedeschi: la Warchalowski-Eissler Wien di Vienna.
Un po’ come la Bohler di Kapfemberg che, produsse qualche decina di migliaia di elmi di ottima fattura e dal profilo inconfondibile, ma che era dedita e quasi completamente assorbita dalla produzione di lanciabombe, mortai, bombarde, ecc., anche la Warchalowski era “in tutt’altre faccende affaccendata” e gli elmi di foggia tedesca rappresentavano un qualcosa che bisognava pur produrre, per dare una mano alla endemica penuria di elmi protettivi che l’esercito imperiale lamentava sin dallo scoppio delle ostilità, ma che erano ben lontani da essere considerati il “core business” dell’azienda.
Ciò nonostante gli elmi che uscirono da questa fabbrica, nei pochissimi esemplari noti, appaiono ben fatti e ben rifiniti, con interni che per cuoio e tessuti ricordano quelli dei BGB66 di Brunn, e una colorazione “feldbraun” particolarmente satinata, tendente al chiaro, simile ai Carl August Scholtz.
La Warchalowski accolse dal Ministero della Guerra limitatissime commesse (si stima una produzione complessiva non superiore a poche decine di migliaia di pezzi) rispetto all’oltre milione di elmi prodotti nella Duplice Monarchia durante il conflitto. Secondo la condivisa letteratura ufficiale, detta produzione fu limitata alla sola taglia “68”, singolare ed unica nel panorama dell’Impero di Francesco Giuseppe.
A lungo i collezionisti hanno ricercato l’introvabile paventato “padellone”, finanche a sussurrare che si trattasse di una leggenda, e che tale elmo di quelle dimensioni altro non fosse che una fantasiosa “chimera” mai realmente esistita: l’elmo “68” della Warchalowski però fece finalmente la sua apparizione ufficiale nel primo decennio di questo secolo. Un paio di esemplari completi, per il tempo strettamente necessario, uscirono da collezioni eccellenti dove giacevano gelosamente custoditi, furono analizzati, documentati, fotografati e recensiti nelle opere e nelle pagine web ufficiali dedicate a questo specialistico comparto del collezionismo storico.

 

L’elmo della Warchalowski, cita il “lavoro principe” dedicato agli elmi austroungarici della Grande Guerra, fu misurato con dovizia, e diede come risultato una effettiva circonferenza di 68 cm. L’elmo per decenni infruttuosamente cercato, curiosità nata da foto dell’epoca in cui talvolta appariva un elmo di dimensioni “insolitamente grandi”, aveva finalmente fatta la sua comparsa ed aveva preso possesso del suo legittimo spazio nella letteratura di settore e nel collezionismo internazionale.
Tutto qui ? .. no, certo.
Una decina di anni fa, oltre al summenzionato “Warchalowski 68”, nel frattempo entrato nella nomenclatura dello Stahlhelm AustroUngarico, fece la sua inattesa comparsa un guscio di elmo austroungarico, pure di foggia tedesca, che nella falda interna destra portava impresso un poco appariscente punzone composto da una “W”, sovrapposta da una “E” coricata: il marchio inequivocabile della Warchalowski ma, sorprendentemente, a fianco, invece dell’atteso “68”, appariva per la prima volta la cifra “66”!
“66” ?? .. un “Warchalowski 66” non era mai stato preso in considerazione nei forum e nelle pubblicazioni di comparto, anche perché le Stahlwerke della Duplice Monarchia, per contenere i costi ed i tempi di produzione, erano state tutte destinate alla produzione di un’unica taglia, a seconda dei casi “64” oppure “66”.

 

 

Di fronte a quell’unico “guscio” mai identificato in precedenza, su qualche forum estero si formularono alcune ipotesi; una di queste teorizzava che quel “66” fosse stato prodotto nel dopoguerra quando, qualche anno dopo, apparve un altro “Warchalowski 66” chiaramente “rimontato” con interni “cecoslovacchi” e ridipinto con quel verde bottiglia tipico delle revisioni postbelliche, resesi necessarie per equipaggiare i neo-nascenti eserciti degli Stati sorti dal dissolvimento dell’Impero Austroungarico.
Il dubbio che la Warchalowski-Eissler Wien avesse prodotto in tempo di Guerra, oltre a quei pochi “68”, anche qualche centinaio o migliaio di “66” restò tale e per un certo numero di anni non trovò risposte.
Non dipanarono i dubbi, anzi rafforzarono la tesi di una produzione bellica, le risultanze delle ricerche sul destino post-bellico della Warchalowski-Eissler che, con la caduta dell’Impero nel novembre 1918, venne nazionalizzata e destinata alla sola produzione di motrici ferroviarie, chiudendo nel contempo ogni altro sito produttivo all’interno dello smembrato territorio della Duplice Monarchia, almeno fino al 1925.
Ciò fino a pochi giorni fa, quando in seguito ad una curiosa fatalità ecco fare la sua apparizione il protagonista del quesito: un “Warchalowski 66” completo, con il 100% del suo colore con tracce di ossidazione, in patina, con tutti i suoi accessori in cuoio, cotone e canapa, regolarmente timbrati dall’Organismo di Controllo Ministeriale Austroungarico sia per quanto riguarda la produzione erariale (soggolo timbrato in colore rosso) che quella privata (l’interno delle patte in cuoio risultano timbrate in colore blu, ben visibile l’indicazione dell’anno 1917).

L’elmo in questione, nominativo, che qui vi proponiamo nella sua sequenza fotografica, risolve il dubbio e certifica che la Warchalowski-Eissler Wien produsse e consegnò all’esercito imperiale durante il Primo Conflitto Mondiale anche minime commesse di elmi di taglia “66”. Questo elmo si pone per il momento quale “unicum” assieme agli altri due gusci “66” rinvenuti e conservati negli anni precedenti all’interno di collezioni private nazionali.

Il Berndorfer M17 “Paperino”, divenuto mito anche grazie al suo profilo così particolare, ottenuto dalla curiosa “fusione estetica” dello Stahlhelm tedesco nella “cupola domestica” dell’ M17 di produzione nazionale, elmo di cui ad oggi si conosce l’esistenza di due soli esemplari integri, ha da oggi un fratellino “minore”, meno famoso e dalla foggia più comunemente “tedesca”.
Con malcelato orgoglio un unico collezionista può al momento esibire nella vetrina della sua “Wunderkammer” il sorprendente e sino a ieri solo teorizzato Warchalowski-Eissler Wien di taglia “66”, uscito da quell’unica Metallwarenfabrik dell’Impero che produsse il modello di foggia teutonica in ben due diverse taglie: la “68” e la “66”.
Gli facciamo i nostri complimenti !
E mentre i suoi elementi identificativi vengono ora pubblicati e vanno ad aggiornare le evidenze storiografiche del comparto, un collezionista statunitense al riguardo ieri ha scritto: “Elmo incredibile !! … Questo hobby ha così tanti angoli inesplorati e fessure in cui sbirciare … da farci risucchiare ogni giorno.”
Il desiderio più intimo di ogni ricercatore: l’emozione di una nuova scoperta, di un tassello di Storia fino ad oggi sconosciuto, da aggiungere alle nostre conoscenze e condividere con la comunità dei ricercatori e degli appassionati.