Francesco Baracca: l’uomo oltre il mito
Il 19 giugno 1918 muore sul Montello Francesco Baracca. Ha 30 anni. L’asso degli assi dell’aviazione italiana della Grande Guerra. E anche se il superlativo non può essere assoluto, perché altri assi sono stati più vittoriosi di lui nella guerra europea, resta valido per la storia che ha espresso, perennemente in bilico tra il mito suo e del suo cavallino.
Ma perché parlare ancora di Francesco Baracca? In fondo, come asso degli assi italiano, si è già scritto molto di lui, forse troppo o forse solo del Baracca asso. A tutti gli effetti e nonostante tutto, Baracca appartiene ancora a quel gruppo di personaggi dei quali si potrebbe dire, senza timore di essere smentiti: “notorietà 100, conoscenza 25”.
Francesco Baracca prima che la storia lo facesse diventare ciò che i più oggi conoscono è stato ben altro: innanzitutto un uomo, un pioniere e precursore dell’aviazione, uno studioso degli aspetti psicologico-comportamentali legati al volo, un romagnolo.
Ecco perché pensiamo che valga la pena aggiungere ancora qualcosa. E ci permettiamo di raccontarvi l’uomo prima del mito.
Alla guerra Baracca ci arriva per gradi attraverso un percorso non privo di repentini cambi di direzione. A tutto pensò tranne che alla carriera da eroe.

Francesco nasce a Lugo di Romagna il 9 maggio del 1888. Il babbo è Enrico Baracca, un ricco proprietario terriero, la madre è la contessa Paolina Biancoli (Fig. 1).
Scuole elementari dai Salesiani a Lugo, quindi il Ginnasio nel collegio dei Padri Scolopi alla Badia Fiesolana e infine il Liceo Classico Dante Alighieri a Firenze (un insegnamento di stampo umanistico che lo renderà facile alla scrittura).
Un’infanzia e un’adolescenza probabilmente comune a quella dei suoi coetanei benestanti. Sicuramente all’aria aperta.
Il futuro sembra già segnato. Lo attende una ricca proprietà da gestire.
D’altronde è figlio unico ed il padre non può che ambire a questa aspettativa. Invece ecco il primo bivio: Francesco, ancora molto giovane, decide di intraprendere la carriera militare e nell’ottobre del 1907 viene ammesso alla Scuola Militare di Modena, dalla quale esce risultando tra i primi (Fig.2).
Gli anni scolastici di Baracca corrispondono di fatto anche alla nascita del volo: il 17 dicembre 1903 i fratelli Wright spiccano il primo balzo, ma sarà Blériot che nel 1909 crea l’aereo moderno come noi oggi lo conosciamo.

Da quel momento l’evoluzione del mezzo aereo è stata solo un miglioramento progressivo.
Terminata l’Accademia, viene inviato alla Scuola militare di Equitazione a Pinerolo e dopo il corso viene assegnato al Reggimento Piemonte Reale Cavalleria. Se all’Accademia aveva dimostrato particolare attitudine per la scherma (Fig. 3), la disciplina sportiva che lo esalta è inevitabilmente l’equitazione (Fig. 4) che già amava quando da ragazzino si cimentava come un piccolo cowboy tra i campi attorno a casa e lungo le rive del fiume Senio. Non solo ama cavalcare, ma doveva pure essere bravino a giudicare dai premi che raccoglie.
Fig. 3 (Francesco Baracca è il secondo da sx)
Fig. 4
Il 1911 è anche l’anno della Guerra Italo-Turca alla quale Baracca che al momento ha solo 21 anni, avrebbe voluto partecipare come testimonia questa lettera inviata alla madre:
Rieti, 4 ottobre 1911
“[…] Anche noi abbiamo mandato dieci soldati per la spedizione: mi trovavo l’altra sera alla stazione mentre passava un treno con 200 soldati che partivano per Tripoli: non ti so descrivere le grida e l’entusiasmo di quei bravi ragazzi; mi sarei subito vestito da umile fantaccino per poter partire con loro.
Speravo che il nostro reggimento fosse chiamato a Tripoli, ma la speranza è svanita perché proprio oggi abbiamo saputo che partiranno i “Lancieri Firenze” che sono a Roma: noi purtroppo resteremo qui e non potremo fare parte della bella spedizione.
Ti dispiacerà forse che io desideri di andare in Africa, ma capirai che niente di più degno vi può essere per noi che prendere parte a questo avvenimento che resterà nella Storia”.
Ma la storia ha per lui ben altre aspettative. In ogni caso la guerra appena conclusa ha sancito la fine della cavalleria così come le guerre napoleoniche e risorgimentali avevano esaltato. Niente più cariche con la sciabola sguainata. Niente più corazze scintillanti sotto il sole. E’ finita un’epoca. Ne nasce un’altra tanto è vero che proprio durante questo conflitto, per la prima volta, vengono impiegati militarmente gli aeroplani. Chissà forse Baracca capisce che bisogna scendere da cavallo e salire su un altro mezzo. In ogni caso quei trabicoli volanti che gli passano sopra la testa accendono l’entusiasmo di Francesco, tanto da fargli chiedere di essere ammesso al corso di pilotaggio. Altro bivio. La sua domanda viene accettata e parte per la Scuola di Pilotaggio Hanriot di Reims, in Francia (Fig. 5).

Nel luglio del 1912 consegue il brevetto che non solo lo nomina ufficialmente pilota, ma fa di lui un pioniere del volo (saranno tali solo coloro che avranno conseguito il brevetto prima dell’inizio della Grande Guerra (2 agosto 1914). Da Reims si trasferisce a Malpensa dove prosegue l’addestramento conseguendo il brevetto militare il 15 ottobre dello stesso anno.
Il futuro asso della caccia, come a volte si suole dire, non “nasce imparato”. Sa cavalcare ottimamente, sa portare un aereo, ma sulla mira si deve ancora addestrare come possiamo dedurre dal diario del tenente di volo Ugo de Rossi, istruttore di volo di Francesco Baracca:
“[…] Nel resto della settimana stavamo alla Malpensa e nelle sere d’estate andavamo a caccia alla lepre.
Di sera lungo le strade le lepri rimanevano abbagliate dai fari delle automobili e allora era una gara fra tutti a chi riusciva nei migliori colpi.
La caccia di notte e per le strade è proibita e quindi avevamo l’ostacolo dei carabinieri. Fortunatamente io ero l’autorità militare più elevata in grado in quei paraggi e il vecchio brigadiere venne un giorno a rapportarmi che alcuni delinquenti andavano a caccia col fucile di notte lungo le strade. I “delinquenti” eravamo noi; ma io promisi al brigadiere di aiutarlo nelle ricerche e così lui mi diceva alla sera dove sarebbe andato ad appostarsi, perché io potessi andare lontano, e così la caccia proseguì bene senza seccature. Una sera partii al volante della mia macchina avendo al mio fianco armato di fucile il tenente Baracca, allora mio allievo. Poco dopo una bella lepre abbagliata dai fari saltellò di qua e di là davanti alla macchina e Baracca lasciò andare una fucilata. Uno scoppio fragoroso ne seguì mentre la lepre fuggiva a gambe levate. La fucilata aveva preso in pieno un copertone e quella notte dovemmo tornare alla Malpensa a piedi, perché a quei tempi non esistevano le ruote di scorta. Non fu certamente questo un buon esordio di Baracca come cacciatore!”
Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa contro l’Austria-Ungheria. Baracca raggiunge il fronte solo ad agosto e viene inquadrato nella 1ᵃ Squadriglia caccia Nieuport poi rinominata 70ᵃ Squadriglia. Ma la sua carriera vera e propria inizierà soltanto molti mesi dopo. Per la precisione il 25 agosto con i primi voli di pattugliamento. Dopo ripetuti infruttuosi combattimenti, finalmente il 7 aprile 1916 ottiene la sua prima vittoria sui cieli di Medeuzza (Gorizia) dove abbatte un ricognitore austro-ungarico (Brandenburg C.I. nr. 61-57). La sua prima vittoria è anche la prima in assoluto dell’aviazione italiana. Seguono altri abbattimenti che gli permettono di diventare uno dei pochi assi dell’aviazione, con tutta la celebrità che ne consegue. Celebrità che sicuramente appaga il suo ego, ma che non ne cambia il carattere. Voci che si rincorrono, narrano che Gabriele D’Annunzio si offrirà di “sostenere” l’immagine dell’asso, però Baracca manterrà sempre un atteggiamento di educato e cordiale distacco. Non ha bisogno di nessuno, si arrangia benissimo da solo.
Tuttavia, la guerra aerea non è il solo campo di attività di Baracca. Nel 1915 l’idoneità al volo dei piloti secondo le istruzioni delle autorità è dettata da: “Salute, vista, udito ottimi; peso non superiore a kg. 75”. Requisiti insufficienti per porre rimedio ai frequenti incidenti di volo. Nello stesso anno Padre Agostino Gemelli (all’epoca già noto psicologo) inizia la collaborazione conil Prof. Amedeo Herlitzka e lo stesso Francesco Baracca per meglio identificare i criteri di selezione attitudinale al pilotaggio: requisiti psico-fisici più“chiare qualità positive”. Il loro studio sugli aspetti fisiologici e psicologico-comportamentali legati al volo, diventerà la base della moderna medicina aeronautica. Per iniziativa di Gemelli viene messo in piedi un Laboratorio psicofisiologico che ha il compito di selezionare i candidati-aviatori grazie a esami clinici e test attitudinali. Ma la guerra ha fretta e si arruola di tutto. L’addestramento è incredibilmente rapido rispetto alla difficoltà del compito. Nei primi mesi del conflitto si forma un aviatore in 45 giorni; più avanti, anche 20 giorni potranno bastare fra l’arrivo alla scuola di volo e la prima missione di guerra! Scrive Gemelli: “Per vincere una guerra moderna occorre produrre non soltanto i materiali, ma anche gli uomini come in una catena di montaggio”. Risultato: la catena di montaggio diviene una catena di smontaggio. E qui finisce la collaborazione tra Gemelli e Baracca che evidentemente ha opinioni diverse. I tassi di mortalità nel Corpo aeronautico saranno circa tre volte superiori a quelli registrati negli altri corpi del Regio Esercito. Il 15% degli aviatori morirà in combattimento e altrettanti cadranno vittime di incidenti mortali nelle retrovie. In pratica per circa un terzo dei soldati italiani che si alzeranno in volo nella Grande Guerra, il cielo si rivelerà più letale del fango delle trincee.
Ma torniamo alla guerra. Nel giugno 1916, dopo l’ennesima vittoria Baracca è promosso capitano.
Il suo aereo, un Nieuport 17, in onore alla sua arma di appartenenza viene decorato con un cavallino rampante di colore nero. Successivamente il 1º maggio del 1917 viene costituita la 91ª Squadriglia, soprannominata “La squadriglia degli assi” perché costituita dai grandi assi dell’aviazione che avrà come simbolo, dipinta sul lato destro della fusoliera, un grifo, figura mitologica metà aquila e metà leone.
Rovistando nella storia della Grande Guerra capita di trovare documenti di forte carattere umano che evidenziano l’umanità e la cavalleria che molti aviatori dimostrano, nonostante gli orrori della guerra. Baracca non sfugge a questa logica cavalleresca e in una sua lettera troviamo scritto:
“L’altro ieri siamo stati a trovare il Tenente austriaco ferito a Udine; è molto malandato, ha ancora la ferita aperta, ma guarirà. Gli portai la fotografia dell’apparecchio; gli ho promesso un pezzo d’elica per ricordo e dei libri da leggere. La madre sua chiede con insistenza notizie per via della Svizzera: abbiamo saputo che è il terzo figlio, superstite unico della guerra e che la sua famiglia tiene un centinaio di nostri prigionieri che lavorano nei loro campi e sono molto ben trattati”.
Ma Baracca va anche oltre. E’ un militare di carriera. La guerra il suo lavoro. Uccidere il nemico ne fa parte inevitabile. Ma c’è modo e modo. E scrive:
1 agosto 1917
[…] dopo pochi colpi vidi le fiamme svilupparsi a bordo dell’aereo nemico che incominciò a scendere ardendo: sui tre mila metri l’ufficiale osservatore si gettò nel vuoto poi le fiamme avvolsero la fusoliera e le ali. L’Albatros precipitò a picco sulla collina.
[…] Le pallottole con scia luminosa (traccianti) che adoperiamo non dovrebbero comunicare il fuoco alla benzina, viceversa questo succede spesso, ed è un fatto molto impressionante veder bruciare un aeroplano a tremila metri e gli aviatori che si gettano nel vuoto come sempre accade. Sto pensando di non adoperarle più perché è già il terzo cui faccio fare questa fine.
Nel settembre 1917, con 19 vittorie al suo attivo, è l’asso italiano con il maggior numero di abbattimenti. Il 6 settembre viene promosso maggiore.

Poche settimane e siamo Caporetto. Baracca porta il totale delle sue vittorie a 30, ciò anche a testimonianza della elevata attività richiesta non solo alle truppe di terra in un momento tanto delicato del conflitto. Subito dopo arriva il periodo di riposo che i piloti devono osservare lontano dal fronte. Questo riposo forzato ci permette di aprire un’altra parentesi sull’uomo Baracca. Francesco è alto decisamente oltre la media (celebra sarà la sua foto al cospetto dello stangone Re Alberto del Belgio – Fig. 6), di bell’aspetto, cultura classica, parla correttamente il francese (lingua nobile), conosce il tedesco, affabile nei modi, sicuramente capace di ben porsi al gentil sesso.
Figlio del suo tempo, ma soprattutto della sua terra, come scrive Luca Goldoni ha il tipico DNA romagnolo “aplomb, irruenza sportiva, mondanità, propensione alla baracca con gli amici (nomen omen)”. Già ai tempi del suo periodo nella Roma della Bella Époque, il giovane Francesco ha cominciato a sedurre una vasta platea femminile. Sguardo penetrante, ma dolce“ti mira fisso negli occhi, come quando sul suo aereo punta e spara” dirà di lui una delle sue tante ammiratrici. Zigomi alti, naso forte e diritto, sfoggia un sorriso a dieci carati, ma senza esagerare, sotto a due baffetti alla Clark Gable come esige la moda del momento. Tutte qualità che ne hanno fatto un asso di cuori prima ancora che un asso della caccia (Fig. 7). Quasi tutte le lettere a noi giunte erano quelle inviate alla madre dove Francesco non alludeva certo a trofei femminili.

Di lui si conosce almeno una fidanzata francese, Marcelle, che appare nella foto di Reims (è la nr. 2 di Fig. 5), ma esistono anche alcune lettere che le sue conquiste gli inviavano. Ne riportiamo solo una, ma particolarmente simpatica!
Giovedì 27 dicembre (1917)
Caro Maggiore,
Ho ricevuto la sua lettera, mi ha fatto molto piacere essere ricordata. Spero che le feste natalizia le abbia passate bene e le auguro tanto tanto di passare anche una buona fine e principio d’anno, e che abbia ancora molta fortuna come la avuto fin ora.
Io credo quasi di essere io a portargli fortuna!! Perciò ritorno ad augurargliela e pregare Iddio per lei! … Basta, mi tenga in considerazione. Io lunedì vado a Novara da mia sorella per un po’ di tempo, quindi se lei verrà a Milano mi avverta che sarò qui, e così sarò contenta di vederla, il mio gran eroe! … Va bene così?
La mia suocera purtroppo sta sempre bene e non c’è verso che muoia! … Che destino infame il mio! …Lei dovrebbe farmela morire d’amore! Sarebbe due volte eroe! …
Mi scriva caro amico e mi dica se verrà. ind. via Rosmini 28, Novara.§
Addio Baracca, tanti saluti cordiali ed affettuosi§
Clelia Clerici
Le piace il mio profumo?”
Se gli aviatori mancano delle motivazioni di cui scrive Gemelli, allora qualunque incentivo può riuscire buono. Così succede che l’esercito prevede premi in denaro a beneficio degli aviatori particolarmente meritevoli. Concorso «Cacciatori del cielo» (vincono i piloti che avranno abbattuto più aerei nemici tra il 15 luglio e il 31 ottobre 1917). E il Concorso «Bombardieri del cielo» (vincono i piloti, gli osservatori e i mitraglieri che sganciano più bombe tra il 1º novembre 1917 ed il 28 febbraio 1918).
Baracca arriva secondo nel concorso Cacciatori del cielo e si porta a casa un premio di 5.000 lire. E’ una somma considerevole se pensiamo che la paga del fante è 50 Centesimi al giorno (pari al valore di 1Kg di riso), un tenente prende 6 Lire, un capitano 8, un operaio 7,60.
In una lettera nel dicembre 1917: “… con 5.000 £ passeremo un discreto capodanno …” Tenuto conto che una bottiglia di Dom Pérignon costa circa 50 Lire, ci auguriamo che Francesco abbia veramente trascorso un capodanno meraviglioso. Non ha ancora trent’anni e non sa che purtroppo per lui è il suo ultimo veglione.
Ritorna in azione nel maggio 1918. Il 15 giugno, con l’abbattimento di altri 2 aerei consegue quelle che saranno le sue ultime vittorie: la numero 34 riportata in 63 combattimenti aerei. Il 19 giugno 1918 è impegnato in seconda missione di giornata: un’azione di mitragliamento a volo radente sul Montello: viene abbattuto.
Alla luce di quello spirito di comprensione e diciamo di fratellanza di cui scritto poco sopra, ci immaginiamo l’espressione degli aviatori austriaci quando ricevettero un biglietto lanciato dai nostri per richiedere notizie del Maggiore Francesco Baracca. Il messaggio diceva: “Agli Aviatori austriaci, Vi preghiamo di volerci dare subito notizie dell’aviatore italiano Maggiore Francesco Baracca, caduto verso le ore 19 del 19 corr. presso Nervesa colpito da mitragliatrice da terra. Vi comunichiamo intanto che l’Aviatore austriaco Sergente Peschger, caduto il 21 maggio, è incolume e prigioniero. Gli aviatori italiani. 24 giugno 1918”.
In realtà Baracca era già stato ritrovato lo stesso 24 giugno alle ore 15 dal tenente Franco Osnago, compagno dell’ultimo volo, dal tenente Ferruccio Ranza e dal giornalista Raffaele Garinei, accompagnati dal tenente di artiglieria Ambrogio Gobbi in località “Busa delle Rane”. Accanto ai resti del velivolo, si trova il suo corpo ustionato in più punti: presenta un foro all’altezza del cavo orbitale destro. Le ali e la carlinga dello SPAD S.VII sono carbonizzati, il motore e la mitragliatrice infissi nel suolo e il serbatoio forato da due pallottole. Le esequie si svolgono il 26 giugno a Quinto di Treviso (Fig. 8), alla presenza di autorità civili e militari e l’elogio funebre viene pronunciato da Gabriele D’Annunzio che può finalmente osannarlo, ma da morto.
La morte di Baracca, come tutte quelle degli eroi è avvolta dal mistero. Le tesi sulla sua scomparsa sono tante: ad ucciderlo sarà un colpo sparato da terra, dall’alto (gli aviatori austriaci Max Kauer e Arnold Barwig a bordo di un Phonix ne rivendicano l’abbattimento) o dalla sua arma personale? Chi lo sa. La più probabile resta il colpo sparato da terra. Solo un’autopsia potrebbe risolvere definitivamente il mistero. Ma forse è meglio che il mistero resti tale.
Il giorno dopo i funerali “veneti”, la salma sarà trasportata a Lugo, dove il 30 giugno (Fig. 9) avranno luogo i funerali ufficiali e dove sarà definitivamente tumulata.
Fig. 8
Fig. 9
E qui termina la storia umana di Francesco Baracca. Resta l’asso con più numero di vittorie, un aviatore meticoloso (nessun incidente), ma soprattutto un pioniere dell’aria e un precursore della moderna aviazione. Ha avuto tutte le qualità del campione: alto, elegante, disinvolto, abile, coraggioso e profondamente umano. Ma i successi, la notorietà e la gloria non lo hanno mai cambiato. O almeno non ne ha avuto il tempo.
Il cavallino rampante
Così come per la morte, anche la derivazione del cavallino rampante e la successiva adozione da parte di Enzo Ferrari, hanno diverse versioni o quanto meno un percorso complesso. E’ certo che l’emblema personale di Baracca derivi direttamente dallo stemma araldico del suo 2° Reggimento “Piemonte Reale”: cavallino rampante argenteo o bianco su campo rosso, guardante a sinistra e con la coda abbassata (Fig. 10a). Il cavallino non appare però subito sugli aerei pilotati dall’Asso, ma solo a partire dai primi mesi del 1917 e più precisamente sui due lati. Tuttavia, il cavallino muta da argenteo o bianco in nero con sfondo bianco
Arriviamo così al 1923, Circuito del Savio (Ravenna), quando la contessa Biancoli, madre di Baracca, colpita dall’irruenza del giovanissimo vincitore Enzo Ferrari (che correva come pilota per l’Alfa Romeo) consegnandogli una foto ricordo del figlio vicino all’aereo col cavallino rampante, gli avrebbe detto: “Ferrari metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna”. Così sarà, ma quando il cavallino apparirà sulle auto di Ferrari avrà cambiato leggermente aspetto: sempre nero, sempre guardante a sinistra, ma con la coda alzata insieme alle lettere S. F. (Scuderia Ferrari) e lo sfondo giallo canarino (il colore di Modena) – (Fig. 10c).
Sembrerebbe tutto chiaro. Ferrari ha cambiato di poco il cavallino di Baracca. Tuttavia, potrebbe non essere totalmente così. Con decreto del 17 marzo 1927, S.M. Vittorio Emanuele III concede il titolo personale di conte ad Enrico Baracca, che da quel giorno può fregiarsi di uno stemma araldico.
In una prima versione dello stemma, realizzata nel 1930 dal pittore Gino Croari di Lugo, il cavallino nero rampante appare con la coda alzata, al quale Ferrari si è ispirato (cioè lo ha copiato) (Fig. 10d), mentre lo stemma definitivamente ufficiale della famiglia Baracca presenta il cavallino sempre nero, sempre rampante e sempre guardante a sinistra, ma con la coda abbassata (Fig. 10f), come per l’appunto quello disegnata sugli aerei di Francesco. In ogni caso l’insegna dell’Asso romagnolo (cosa su o coda giù) è e resta nella memoria collettiva dell’aeronautica, dei motori e del nostro paese facendone un mito di pari passo al suo “proprietario”.

Il luogo del ricordo a Lugo di Romagna (provincia di Ravenna)
La Casa Museo di quest’anno (2026) ricorre il centenario della fondazione: si tratta di una delle residenze della famiglia Baracca. Essa non è solo la casa natale, ma neppure solo un museo: è entrambi. Il palazzo, riedificato in stile liberty dalla famiglia, venne donato dal padre Enrico al Comune affinché fosse destinato a conservare i cimeli e gli oggetti appartenuti al figlio. Il nuovo allestimento derivanti dai lavori di consolidamento antisismico datato 2012, è stato l’occasione per offrire al pubblico una nuova struttura che oggi possiamo definire una vera e propria casa-museo. Il percorso museale si articola su tre piani dove sono visibili un numero significativo di cimeli dal fronte e degli aerei abbattuti, divise, arredi e documenti. Unitamente a quanto sopra, si segnala la presenza di uno specialesimulatore di volo (aperto al pubblico solo in presenza di personale tecnico) realizzato nell’ambito di ALISTO – Ali sulla storia, un progetto transfrontaliero che ha saputo coniugare ricerca storica e sviluppo di tecnologia software (Fig.11). Infine, ma non ultimo il museo ospita anche uno SPAD VII dell’aviatore lughese (Fig.12).
di Angelo Nataloni e Mauro Antonellini (Associazione “La squadriglia del Grifo” – Lugo – per il supporto all’attività culturale del Museo Francesco Baracca) e Enrico Amadori (APS Associazione Storico Culturale Battaglia del Solstizio).
Fonti letterarie
- S. Ciccarelli: “Eroi del cielo, della terra e del mare”, Mondadori, 1926
- L. Romersa: “I temerari del cielo”, Edizioni del borghese, 1965.
- R. Gentilli, P. Varriale e A.Iozzi: “Gli assi dell’aviazione italiana nella grande guerra”, Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare 2000
- E. Pittalis: “La guerra di Giovanni”. Feltrinelli Editore, 2006
- A. Ghibelli: “La guerra degli italiani”. BUR Editore, 2007
- C. De Agostini: “Baracca. L’eroe del Cavallino”, Giorgio Nada Editore, 2008
- E. Iezzi: “Lettere dal fronte di Aurelio Baruzzi e Francesco Baracca”, An. Walberti 1795 Edizioni, 2014
- L. Goldoni, A. Goldoni: “Francesco Baracca. L’eroe dimenticato della grande guerra”, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2015
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Fonti web
http://www.mauroantonellini.com
http://www.museobaracca.it
http:// www.aeronautica.difesa.it
http:// www.cattolicanews.it





