Nella sua stragrande grande maggioranza, la Chiesa Valdese si schierò, nel 1914, a favore della neutralità italiana nel primo conflitto mondiale. Essa avvertiva chiaramente la netta e profonda lacerazione creatasi allora in seno al protestantesimo europeo, che vedeva Gran Bretagna e Germania su due campi nemici e fieramente contrapposti. Una spaccatura che venne allora percepita come una sciagura per l’intero mondo evangelico. In questa linea di neutralismo essa era concorde con quello propugnato dai liberali giolittiani, nelle cui posizioni la gran parte della classe dirigente valdese si riconosceva, sulla scia della tradizionale ottica di fedeltà a Casa Savoia e alle sue istituzioni dopo la concessione, da parte di quest’ultima, delle Lettere Patenti del 1848, ovvero della libertà di culto e di espressione.

Una minoranza, all’interno del mondo valdese, si batté per l’intervento cosiddetto “democratico” (ovvero il completamento dell’Unità nazionale e la speranza, o meglio, il mito di una pace giusta e stabile successiva a quella che avrebbe dovuto essere “l’ultima guerra”). Ancora meno furono i casi di valdesi che si attestarono su posizioni nazionalistiche. Quando però l’Italia entrò in guerra, il 24 maggio 1915, le cose cambiarono drasticamente: la Chiesa Valdese non ebbe dubbi e decise che la guerra andava fatta con coscienza e con partecipazione convinta. E questo, si badi bene, non solo per una questione di obbedienza, ma soprattutto per una intima adesione allo Stato liberale e ai suoi valori sempre sulla scia di quella lunga fedeltà che partiva dal 1848, come sopra riportato. Fu comunque un momento drammatico, nel quale il concetto di patria andava a trionfare sugli internazionalismi democratici, socialisti o, come in questo caso, cristiani.

L’accettazione dell’ideologia della guerra nazionale faceva già comunque parte della cultura della Chiesa Valdese, fin dai tempi delle lotte per la sopravvivenza dopo l’adesione alla Riforma con il Sinodo di Chanforan del 1521, e fu sempre condotta senza tentennamenti o confusioni teologiche di sorta. La Chiesa non benedisse la guerra e non tenne culti per la vittoria, ma predicò sempre, tramite i propri pastori dal pulpito, l’obbedienza verso lo Stato, pregò per i suoi figli inviati al fronte e cercò di assisterli per quanto poteva. Su cosa pensassero i soldati valdesi della guerra si può dire per loro quello che risulta per le truppe alpine, dove essi, provenienti dalle alpine Valli Valdesi, militarono nella stragrande maggioranza dei casi: la guerra fu accettata per obbedienza, non per convinzione o nazionalismo, e fu svolta con forte senso del dovere e spirito di sacrificio.

Gli elenchi dei caduti sui monumenti eretti in tutti i comuni delle Valli sono lì ad attestare quanto costò per le loro comunità questo senso del dovere. Come pure il “Convitto degli orfani”, l’attuale Centro culturale valdese di Torre Pellice, costruito alla fine del conflitto come una sorta di risposta diversa al culto dei morti rappresentato da lapidi, monumenti e parchi della rimembranza. Inoltre, i casi di diserzione, fra i valdesi, furono minimi. Naturalmente, anche per i soldati valdesi, sorse la necessità di una loro assistenza spirituale, come per i loro commilitoni cattolici. Ecco quindi, un paio di mesi prima della nostra entrata nel conflitto, il pastore Ernesto Giampiccoli (presidente del Comitato di evangelizzazione e pochi mesi più tardi moderatore della Tavola Valdese, l’organo di governo della Chiesa) in data 31 marzo 1915, chiedere al Ministero della Guerra la nomina di cappellani valdesi. Il 12 aprile il generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, diramò la circolare che istituiva i cappellani cattolici in tutte le unità militari ma fu solo il 2 giugno, una settimana dopo l’intervento italiano che il ministero si decise a nominare i primi cappellani valdesi: i pastori Davide Bosio, Eli Bertalot, Enrico Pascal. Ad essi il compito di spronare e rincuorare i loro confratelli al fronte.

Tornando a considerazioni di carattere più generale, possiamo notare come, caratterizzata dal poderoso impatto della produzione bellica in seno all’apparato industriale e da un nazionalismo esasperato, la Prima Guerra Mondiale segnò una trasformazione profonda nella tranquilla vita delle varie chiese valdesi, soprattutto di quelle delle Valli valdesi del Piemonte rispetto a quelle della cosiddetta “diaspora”, ovvero delle comunità diffusesi nella nostra Penisola a partire dall’emancipazione politica del 1848 e dall’Unità nazionale poi.

Lapide caduti Luserna San Giovanni
Lapide a ricordo dei caduti di Luserna San Giovanni
Lapide caduti Torre Pellice
Lapide a ricordo dei caduti di Torre Pellice

Entrambi i Comuni contavano all’epoca poco più di 5.000 abitanti l’uno. Si può quindi notare l’alto contributo di sangue versato da parte di queste due comunità delle Valli Valdesi.

DANIELE RAMPAZZO

rampazzo.daniele@uniroma1.it