“Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. (Mt 5:9)

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». (Mt 22:21)

In questi due versetti biblici si pone il complesso, per non dire contrastante, rapporto in merito al modo in cui l’evangelismo, sia nel nostro che negli altri Paesi coinvolti, rispose al primo conflitto mondiale. Ovvero, la questione più generale del cristiano che si trova ad affrontare lo scontro in rapporto alle risposte (e agli imperativi) del Vangelo e il problema della sottomissione alle autorità, principio anch’esso espresso nel testo biblico, come evidenziato DAi due versetti posti emblematicamente all’inizio di questo articolo. Ad uno sguardo superficiale e assai riduttivo, come talora è stato fatto, si può dire che la risposta del mondo protestante italiano ed europeo di quegli anni, a eccezione di pochi gruppi radicali come le Chiese di tradizione pacifista quali i Mennoniti e i Quaccheri (peraltro non presenti nel nostro Paese) fosse, in maniera pressoché unitaria, favorevole alla guerra. Ciò è vero, come voce maggioritaria, pressoché ovunque fra le varie denominazioni protestanti, ma non fu l’unica. Basti citare l’anonimo autore di un articolo pubblicato sulla rivista “Il Cristiano” (organo della Chiesa dei Fratelli) per trovare la definizione più calzante di quella guerra (per non dire della guerra in generale): il “carnevale di Satana”. L’acceso dibattito fra interventisti e pacifisti, che animò tutta la società civile italiana, europea e, da un certo punto in poi, mondiale di quel tempo, si manifestò anche nelle riflessioni che impegnarono le Chiese, arricchendole di tematiche abbastanza inedite, come quella di un Dio che sa essere il Dio di tutti anche quando “tutti” sono in guerra fra loro e ciascuno rivendica di fare la guerra nel nome di quello stesso Dio.

Toronto 1919 protestanti in parata Un solo Dio, una sola Fede, un solo Impero
Toronto 1919. Immigrati irlandesi protestanti in parata: “Un solo Dio, una sola Fede, un solo Impero”.

Venendo brevemente al mondo evangelico italiano, possiamo notare come esso, sia pure assai piccolo rispetto ad altre nazioni europee, non fu né indifferente né silenzioso di fronte alla tragedia che stava per abbattersi sull’Europa e in quell’epoca, in cui ancora non si era risolta l’annosa “questione romana” e in cui i rapporti fra Stato unitario liberale e Chiesa Cattolica erano ancora conflittuali, i protestanti italiani ebbero modo di far sentire la loro voce, che non fu completamente inascoltata. Una voce non sempre, in modo univoco e convinto, promotrice di pace a dispetto del comandamento evangelico citato inizialmente. A titolo di esempio, si può citare il fatto che il maggiore fautore e artefice della partecipazione italiana al conflitto, il Ministro degli Esteri (e già presidente del Consiglio in precedenti legislature) Sidney Sonnino, era di confessione protestante (anglicana, per la precisione) mentre, in modo quasi speculare, la voce più convintamente contraria al conflitto contro la Serbia, nel Consiglio dei Ministri dell’Impero Austro – Ungarico (dove la casa imperiale asburgica era vista come baluardo del cattolicesimo) fu quella del primo ministro del del regno d’Ungheria, il calvinista István Tisza. Probabilmente la sua fu anche l’unica voce contraria, dato che il protestantesimo tedesco, nel suo insieme, visse la mobilitazione del 1914 con una partecipazione entusiasta, elaborando anche una mistica della guerra intrisa di linguaggio cristiano. L’elenco di episodi e nomi che si prestarono a tutto ciò è assai lungo: si va dai vari predicatori, sia di corte che dei luoghi più remoti, ai pastori di campagna, passando per buona parte della teologia accademica. Un entusiasmo ampiamente interconfessionale, con le eccezioni precedentemente citate, dove le interrogazioni critiche costituiscono eccezioni. Si può comunque rilevare come il bellicismo “religioso” abbia trovato riscontro anche sul fronte opposto, quello cattolico e ortodosso, nelle forme tipiche di ogni Paese coinvolto.

Sul fondo, in abiti civili, il Moderatore della Tavola Valdese negli anni della Grande Guerra, Ernesto Giampiccoli. Da sinistra, in uniforme, i Pastori Davide Bosio, Eli Bertalot, Arnaldo Comba, cappellani militari valdesi durante il conflitto.

Anche i Valdesi italiani, minoranza sostanzialmente emarginata nell’Italia liberale, furono complessivamente interventisti e considerarono la guerra come compimento dell’epopea risorgimentale. A conclusione di questa breve riflessione, si può dire come il nazionalismo avesse vinto, non solo sul socialismo che si proclamava internazionalista, ma anche sul cristianesimo che si definiva universale. Nel momento della prima grande crisi del Novecento, la stragrande maggioranza delle dirigenze e della base delle Chiese evangeliche si schierò quindi, istintivamente e senza riserve, non solo dalla parte dei rispettivi governi, ma anche dell’ideologia guerrafondaia che tale politica accompagnava.

DANIELE RAMPAZZO

rampazzo.daniele@uniroma1.it